Se Bersani è quasi morto, Grillo ha gli anni contati

Ormai Beppe Grillo è sempre più prevedibile. Dopo la vittoria di Pizzarotti a Parma il comico genovese si è fatto vivo tramite Skype, ha etichettato Bersani come un quasi-morto, ha rialzato la posta in vista delle elezioni nel 2013, dal momento che è convinto di guadagnare una sostanziosa quota di seggi parlamentari.

Il che è, secondo me, abbastanza probabile. E’ vero, il Movimento 5 Stelle nasce localmente, rappresenta le rivendicazioni dei cittadini in primo luogo sul governo locale, ha poche idee sul destino del Paese nel suo complesso.

Potrebbe ridimensionarsi fortemente nel momento in cui gli elettori si renderanno conto che, messo il naso fuori dai Comuni, il discorso cambia e di molto, e non si può fare a meno nè della politica nè di una programmazione economica vincolata al contesto europeo.

Quando il M5S si renderà conto dei vincoli esterni maturerà e morirà, perchè non potrà più continuare a vivere della totale indisponibilità al compromesso e alla contrattazione, finora elemento portante della filosofia grillina.

Per poter “asfaltare” la vecchia politica il movimento dovrebbe diventare da subito il primo partito e tirarsi dietro le altre forze, ma questo è difficile che accada. Anche un buon risultato alle prossime elezioni, diciamo del 10% a livello nazionale, costringerebbe il movimento a una lunga battaglia di trincea – simile a quella fatta da Lega e Idv durante i primi mesi del governo Monti – e in un modo o nell’altro condannerebbe i grillini, in prospettiva, a una lotta contro i mulini a vento e a un rapido declino.

Si potrebbe argomentare che la Lega ha invece resistito per molti anni basandosi sugli stessi presupposti che Grillo oggi erige a principi fondanti del movimento. E’ vero, ma è anche vero che oggi il successo dei cinque stelle deriva in gran parte dalla delusione dei vecchi elettori leghisti. E’ auspicabile che questi si rendano conto che votare una nuova forma di leghismo equivale a buttare il proprio voto.

Ma prima di cantare vittoria,  i ragazzi di Beppe al 10% devono arrivarci. E non è detto che il voto di protesta che ha messo sul piedistallo i discepoli del comico non perda slancio nei prossimi mesi. Anche in Grecia le forze estreme dell’arco politico hanno guadagnato consensi in modo estremamente rapido, ma i cittadini stanno ora redistribuendo le proprie preferenze – questo dicono i sondaggi – in favore di forze politiche che non vogliono l’uscita del paese dall’eurozona.

Un rientro del voto di protesta, però, i partiti devono guadagnarlo. Cominciando dalla riforma elettorale, che per ora è in stallo. Non devono sperare negli errori del comico:  la sinistra l’ha fatto per anni e per anni si è tenuta Berlusconi.

Pizzarotti è diventato sindaco di Parma anche perchè in quel comune la tensione e lo sdegno erano ormai alle stelle. Grillo ha detto che il neosindaco ha vinto dimostrando che si può fare politica senza spendere milioni di euro, bensì poche migliaia.

Bisogna capire se Pizzarotti ha vinto nonostante abbia speso poco o se ha vinto proprio perchè ha speso poco. La differenza tra populismo e virtù, in questo caso, sta tutta lì.


Il piano segreto sugli Euro-Bill potrà funzionare?

Il quadro riportato da Rampini su la Repubblica di ieri è molto attraente. Ma sarebbe efficace?

Il giornalista sostiene che vi sarebbe un disegno “segreto” che porterebbe all’emissione di “Euro-Bill“, lasciando l’emissione dei Bond ai singoli stati.

Cosa comporterebbe una scelta del genere? I “Bill” sarebbero abbastanza simili ai nostri Bot: si tratta di titoli a breve scadenza. Gli stati quindi sarebbero coperti dalle garanzie europee nell’indebitamento a breve, ma rimarrebbero esposti alle turbolenze dei mercati nell’emissione dei buoni a lunga scadenza.

Questa soluzione potrebbe piacere alla Germania perchè – pur cedendo in piccola parte alle richieste di socializzazione del debito – lascerebbe gli stati esposti al “ricatto” dei mercati e quindi li costringerebbe a insistere sulle politiche di risanamento.

Potrebbe funzionare? Chissà. I titoli a lunga scadenza (Btp italiani, Bonos spagnoli, etc) sono i benchmark delle rispettive economie e sono molto appetibili come collaterale nelle operazioni di rifinanziamento. Su di essi si misura il rischio sovrano in termini di spread.

Secondo quanto riportato da Rampini, vi potrebbe essere un ufficio di gestione del debito europeo che si occuperebbe dell’emissione di “Bot europei”, per un importo che, al massimo, potrebbe arrivare al 10% del Pil di ogni paese.

In Italia, ad esempio, se questo tipo di EuroBill fosse stato emesso nel 2011, avrebbe sostituito circa 160 miliardi di Bot (sui 204 miliardi di titoli a breve venduti). Dunque, una quota significativa, pari all’80% del totale. Sarebbero però rimasti esposti alle intemperie dei mercati finanziari circa 155 miliardi di titoli a lunga scadenza.

Mi piacerebbe sapere quanto questo piano di semisocializzazione del debito possa risultare efficace nel placare le tensioni finanziarie. Coprire l’80% dell’indebitamento a breve con garanzie europee non è cosa da poco. Può essere sufficiente?


Krugman vs Zingales: 1-0

Un interessante dibattito tra l’economista italiano Luigi Zingales e il premio Nobel Paul Krugman.

Zingales, tre settimane fa, pubblicava su Bloomberg un editoriale in cui criticava lo statuto della Federal Reserve, che permette alla Banca Centrale di operare sul fronte monetario non solo con il fine di stabilizzare l’inflazione ma anche il tasso di occupazione.

Secondo Zingales, una Banca Centrale che opti per una politica di espansione monetaria finalizzata a ridurre il tasso di disoccupazione mette in moto un processo inflattivo che redistribuisce – iniquamente – i redditi reali: una cosa di cui dovrebbe occuparsi la politica, che se ne prenderebbe poi la responsabilità al turno elettorale successivo.

Krugman a volte è un pò stucchevole, quando insiste che il settore pubblico deve spendere di più per rilanciare i consumi:  in Italia nel keynesismo ci affoghiamo.   Ciò non toglie che stavolta abbia pienamente ragione. E’ strano che Zingales tiri fuori dal cilindro una polemica trita e ritrita, che dovrebbe ormai esser chiara a tutti. Evidentemente non è così e mi permetterò di ricordarlo.

E’ vero. La Federal Reserve, con i due Quantitative Easing, ha iniettato nell’economia 2600 miliardi di dollari per rimettere in moto il circuito del credito, minacciando la stabilità dei prezzi. La Bce, invece, che per statuto non deve occuparsi dei livelli occupazionali ma solo dell’inflazione, si è limitata a 520 miliardi di euro di liquidità netta messa a disposizione delle banche con le due aste LTRO. Un quarto del programma di stimoli architettato da Ben Bernanke.

Krugman ha prontamente risposto a Zingales, rimarcando come – paradossalmente – “un così gran numero di persone reagisca agli eventi abbracciando dottrine che accrescerebbero ancora di più i nostri problemi”.

In effetti, l’ultraliberista Zingales un pò di cose sembra essersele dimenticate. Ma un pò di onestà intellettuale? I lettori vanno informati, non deviati con sterili polemiche lontane dalla realtà: questo lasciamolo fare ai Repubblicani, imbattibili nella disciplina. Zingales ha anche chiuso il dibattito con Krugman, sul Sole24Ore, tralasciando tutti gli aspetti importanti in questa faccenda.

Mi permetto di ricordarne alcuni.

Innanzitutto, è vero, l’inflazione è una tassa odiosa. Ma la stagflazione lo è ancora di più. Quando il livello dei prezzi tende a salire, in gran parte trascinato da componenti esogene come il costo delle materie prime (che la BCE non può controllare), e i salari rimangono al palo perchè il Pil è stagnante o, peggio, decrescente, si va incontro a una bella depressione.

Inoltre, quanto al fatto che la politica monetaria espansiva della Fed (e in misura molto minore anche quella della Bce) rischi di creare inflazione, finora sia in Usa che in Europa si è assistito al contrario: la “core inflation“, quella che misura il surriscaldamento di un’economia generato dalla domanda interna e dalla crescita economica, è rimasta saldamente ancorata tra lo 0% e il 2%: il livello target, in tempi “normali”, per la Banca Centrale, ma ampiamente al di sotto del tasso di inflazione desiderabile durante una fase recessiva.

Inflazione “core” americana:

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Mentre nel caso europeo:

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In entrambi i continenti, come si evince facilmente dalle immagini, le Banche Centrali hanno fatto un ottimo lavoro nell’assicurare la stabilità dei prezzi – per quanto nelle loro possibilità oggettive – e avrebbero anzi potuto sfruttare ottimi margini per iniettare ancora più liquidità sui mercati, aiutando ulteriormente la ripresa economica.

Forse, in Europa, la battaglia tra falchi e colombe in seno al board della Bce inizierà a ribilanciarsi nelle prossime settimane. Soprattutto se Hollande vincerà le elezioni e il nuovo governo greco si mostrerà più autorevole. Soprattutto, però, sarà Monti il vero ago della bilancia.


il dividendo dell’euro

Molto significativa l’immagine che segue, tratta da un post altrettanto divertente di Alberto Alesina e Daniel Nadler su Voxeu. Le linee colorate indicano l’andamento degli spread negli ultimi anni. E’ impressionante notare come oscillassero nello stesso range prima dello scoppio della crisi. I paesi pagavano più o meno gli stessi interessi sulle emissioni obbligazionarie, a fronte, però, di “rischi strutturali” già insiti nelle loro economie già molto differenziati. La divergenza degli spread negli anni di crisi misura le differenze “reali” tra le strutture economiche dell’eurocentro rispetto a quelle dell’europeriferia. Come è stato possibile tutto ciò? Semplice: la credenza che l’euro avrebbe garantito anche stati insolventi e bilanci dissestati ha permesso un indebitamento a basso costo, che non rifletteva il rischio cui gli investitori si esponevano: il cosiddetto “dividendo dell’euro“. Dopo la crisi subprime i valori reali sono venuti a galla. Una domanda: ha senso lamentarsi oggi della tragedia sociale innescata dalle politiche di austerità, dal momento che quest’ultima era già ben seminata e da leggersi in quell’appiattimento dei tassi di interesse? Linee così compattate e solidali che hanno, di fatto, truffato gli investitori.

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L’asse invisibile tra Berlino e Pechino

A partire dalla scorsa estate diversi osservatori fanno notare che le iniezioni di austerity all’europeriferia potrebbero danneggiare le esportazioni di Berlino, convincendo Angela Merkel a fare qualche passo indietro su eurobond, efsf, fiscal compact.

Gli ultimi dati gli danno torto: non solo l’export tedesco continua a crescere (+8,6% a febbraio rispetto allo stesso mese del 2011), ma si sta anche svincolando dal mercato europeo: su 119 miliardi di dollari di merci vendute oltreconfine, quasi 38 hanno trovato sbocchi al di fuori dell’Unione. Tra essi, Cina e India fanno la parte del leone.

Ma come fanno, nel Bundestag, ad essere così certi di poter sostituire i partner commerciali europei con quelli orientali? La risposta va cercata fra le mosse di politica economica dei governi asiatici, le aspettative degli operatori finanziari, le dinamiche macroeconomiche principali.

Innanzitutto, anche se lentamente, la valuta cinese si sta apprezzando rispetto al dollaro, del 4% l’anno, spinta dal rialzo dei tassi di interesse orchestrati dalla Banca Centrale per tenere l’inflazione sotto controllo. Nonostante il Premier Wen Jiabao si sia sforzato di rassicurare gli operatori che la moneta rossa ha trovato il suo equilibrio, le aspettative di apprezzamento persistono, anche considerata l’ipotesi – non escludibile – di una riedizione del Quantitative Easing da parte della Federal Reserve.

Anche perchè il rallentamento delle esportazioni rende impellente una virata da parte delle autorità, minacciate da un fermento popolare dal potenziale esplosivo. Rivalutare ulteriormente la moneta permetterebbe al gigante asiatico di riequilibrare la domanda interna, dando il via a una graduale “mutazione genetica” dell’economia, oggi troppo lontana dal modello consumistico-occidentale per essere sostenibile nel lungo periodo.

In questo senso, le autorità pechinesi si sono già mosse, ampliando la banda di oscillazione dello Yuan, sulle altre valute, all’1% dallo 0,5%. Ma non finisce qui: il colosso finanziario HSBC ha annunciato lo scorso 18 aprile di aver emesso, per la prima volta al di fuori del mercato cinese e di Hong Kong, un’obbligazione denominata in Yuan di durata triennale, destinata ad essere quotata sul mercato londinese.

L’intento è chiaro: trasformare la valuta domestica in una riserva di valore globale, libera di circolare sul mercato mondiale. L’allargamento della banda di oscillazione dello Yuan va letto proprio in quest’ottica di internazionalizzazione della divisa, poco compatibile in prospettiva futura, con il dirigismo dei tassi di cambio.

Ma non si muovono solo le politiche monetarie: in tutta l’Asia – Cina compresa – le amministrazioni stanno concedendo aumenti dei salari minimi anche del 10%, con prospettive di rialzo nel prossimo decennio di altri 10 o 15 punti percentuali. Le pressioni salariali e le rivendicazioni dei lavoratori prendono rapidamente piede in tutto il continente ed è facile prevedere che eroderanno la competitività dei produttori, accrescendo il potere d’acquisto delle nuove classi medie.

Esse rappresentano il principale mercato di sbocco di paesi esportatori come la Germania, e in futuro lo saranno ancora di più. Basti pensare che la nuova “piccola borghesia” cinese rappresenta già oggi un bacino di circa 150 milioni di persone e 55 milioni di famiglie che, secondo uno studio di McKinsey & Co, potrebbero diventare 280 nel 2025, ovvero tre quarti dei nuclei familiari totali.

Le politiche monetarie e fiscali contribuiranno a moltiplicare un ceto di consumatori sempre più affamato di beni di consumo, dando una sforbiciata alle forti diseguaglianze di un’economia nella quale il 10% delle famiglie più ricche controlla il 45% della ricchezza totale.

Già oggi il Paese è tra i principali sbocchi commerciali per l’extralusso europeo: il primo per Louis Vuitton, che nel 2011 ha affittato tre palazzi a Shangai, mentre Swatch vende in Cina il 28% della produzione e Gucci si “accontenta” del 18%. Gli acquirenti della grande manifattura occidentale non sono solo i 128 miliardari – solo negli Stati Uniti ve ne sono di più – e i numerosi milionari che hanno convinto la Ferrari ad aprire venti concessionarie per far concorrenza alla Lamborghini.

Il rapido espandersi della piccola borghesia ha recentemente attratto, rimanendo in Italia, Brembo e Fiat, che aprirà a Changsha il nuovo stabilimento per la produzione della nuova Viaggio, modello di berlina pensato appositamente per una clientela locale appassionata di marchi occidentali. Il gioiello di Bombassei, invece, produrrà impianti frenanti per rifornire l’industria automobilistica locale. La tendenza a delocalizzare la produzione non è cosa nuova, ma gli ultimi movimenti di capitale hanno in comune l’esser destinati al mercato interno più che alle esportazioni.

Non deve stupire, quindi, che a Berlino non siano preoccupati per i flussi intraeuropei. L’industria tedesca, grazie alla sua competitività, non teme rivali nella conquista dei mercati orientali: già oggi, tra i primi dieci modelli di auto venduti in Cina, ben 5 li produce la Volkswagen.

Berlino, dunque, sarà sempre più avvantaggiata sul versante asiatico, e l’Europa – la cui posizione come blocco unico è notevolmente deteriorata – sarà sempre più marginale nelle scelte strategiche. Lo dimostra anche lo schiaffo argentino a Madrid. Nell’economia globale, è la legge del più forte.


Via l’Imu dal 2013?

Appena tornata, l’Imu potrebbe lasciarci molto presto, addirittura dal prossimo anno. Doveva costituire il perno di un nuovo modello di imposizione fiscale, in linea con le “migliori pratiche” europee. Reintrodotta per trasferire le tasse, progressivamente, dalle forze produttive ai patrimoni inerti. Ripensata in un’ottica federalista di decentralizzazione della spesa e benedetta anche dalla Banca d’Italia.

E invece, a quattro mesi dall’approvazione del Salva-Italia, ecco che l’Imposta Municipale Unica è nuovamente oggetto di un assalto alla diligenza sferrato dai pidiellini Bernardo e Gibiino, dietro precisa indicazione dell’ex guardasigilli Angelino Alfano. Un ordine del giorno è stato presentato giovedì scorso alla Camera e stranamente preso in carico dal Governo: prevede che l’Imu per la prima abitazione venga mantenuta – in forma una tantum – solo per il 2012, mentre dal 2013 in poi verrebbe cancellata e i proventi sostituiti dai fantomatici fondi derivanti dalla spending review. L’ex radicale Capezzone, nei giorni scorsi, aveva preparato il terreno, e anche il Segretario democratico Pier Luigi Bersani, dalla convention di Area Democratica, si era prodotto in una stoccata all’odiata tassa: “Non piace nemmeno a noi, vogliamo parlarne?”.

Ma togliere l’Imu per far posto a una forma di imposizione patrimoniale sbilanciata maggiormente sui maxi-patrimoni – come vorrebbero i Democratici – non è né nelle corde dell’esecutivo né, tantomeno, in quelle del Pdl. Peccato, poi, che Piero Giarda e Vittorio Grilli abbiano già messo le mani avanti: la revisione delle spese non permetterà risparmi stellari, la ristrutturazione della spesa pubblica sarà graduale. Dal Ministero dello Sviluppo, Passera ha supportato la linea del viceministro all’Economia: una spending review ragionevole si può fare, ad esempio, facendo leva sul blocco dei turnover nella pubblica amministrazione.

Che un taglio repentino alla spesa corrente non sia probabile, ormai, si è capito. Una potenziale mission impossible, dunque, ricavarne a partire dall’esercizio 2013 i 4 miliardi assicurati dall’imposta sulla prima casa. Se anche ciò fosse possibile, tutti gli economisti sono concordi nel ribadire che ogni taglio di spesa va utilizzato per ridurre l’imposizione fiscale su imprese e lavoro, in un’ottica di rilancio della competitività. Intanto Alessandro Cattaneo (vicepresidente dell’Anci associazione che riunisce i Comuni) si è già mostrato favorevole all’ipotesi, a patto che il gettito mancante venga recuperato ”laddove non si e’ ancora risparmiato ed efficientato: Regioni e Stato centrale in primis”, dunque a costo zero per le amministrazioni locali.

Casini, finora il più realista, ha perentoriamente bollato come “vendere fumo” quella che il Pdl già sventola come una grande vittoria. La palingenesi della polemica sull’Imu è un chiaro segnale: siamo in campagna elettorale. Il Governo inizia a mostrare segnali di cedimento, non tanto nell’autorevolezza dei ministri quanto nell’efficacia dei provvedimenti e nella reale capacità di metter le mani negli ingranaggi della spesa pubblica, vero problema strutturale del Paese. I vecchi mestieranti della politica invece, ormai privi di qualsiasi credibilità, non hanno però perso il fiuto per le opportunità, e hanno prontamente affondato le unghie, seppur poco affilate.

L’odg presentato dal Pdl incarna alla perfezione ciò cui molti elettori non vorrebbero assistere: il ritorno alla vecchia politica delle promesse. Una politica tanto invisa agli italiani – che la pagano oggi con le manovre di Monti – quanto alla serietà del Governo tecnico. Che ha però inspiegabilmente recepito la proposta pidiellina, forse per prender tempo in fase di negoziazione su temi più scottanti, riforma del lavoro in primis. Dopotutto, un ordine del giorno non rappresenta certamente una minaccia imminente per i bilanci pubblici.

Costituisce, però, un segnale sgradito ai mercati, un segnale che il Premier ha più volte tentato di silenziare nelle sue sortite all’estero, quando ha parlato dell’Italia come di un paese in cui i partiti matureranno in vista dell’anno elettorale. Alcuni sondaggi rivelano che le forze politiche principali sono attualmente al di sotto del 20% dei consensi: non c’è dubbio che promettere un taglio fiscale impossibile non sia certo il modo migliore per risalire la china.


una pasquetta da 80 euro

Ieri ho passato la pasquetta a casa di amici. Amici che abitano – fortuna loro – davanti a Villa Pamphili e che – sfortuna loro – hanno poco parcheggio davanti casa. Nel condominio, la maggior parte ha box separati, in un altro palazzo. Altri non hanno nemmeno quelli. Nello stesso edificio ha sede una Onlus che si occupa di disabili, e dalla parte opposta del marciapiede, rispetto all’ingresso principale, ci sono alcuni posti auto riservati alla salita-discesa dei disabili dalle navette che li trasportano.

La Onlus è aperta solo nei giorni feriali, e il parcheggio è a loro disposizione dalle 8 di mattina fino alle 16 del pomeriggio. Vi è affisso un divieto, che però è valido anche oltre quel limite orario. In una zona come quella, con il tempo si è instaurato un tacito accordo tra gestori della Onlus e abitanti: quando l’associazione chiude, dopo le 16 e nei giorni festivi, chiunque utilizza quel parcheggio, dal momento che non ostruisce le attività dei tutor.

Questo lo sanno tutti, ormai, anche la municipale che è avvezza aggirarsi nei dintorni. Ma non nei festivi. Nei festivi, in particolar modo in quelli che prevedono un significativo afflusso di persone dentro il parco, la polizia viene a batter cassa. Negli altri giorni se ne fottono. Si può parcheggiare l’auto sui marciapiedi, si può ostruire qualsiasi passaggio e violare qualsiasi norma. Tutto è permesso. Ma soprattutto a Pasqua e pasquetta le autorità gozzovigliano in mezzo alle sanzioni. Le penne giubilano mentre annotano affrettatamente le targhe da notificare. Le targhette sulle divise scintillano come ghirlande e le autoradio delle volanti starnazzano come gracchianti radio degli anni ’50.

La cosa non è tollerabile. Non è tollerabile perchè nella fase storica in cui viviamo il cittadino non può più accettare l’uso strumentale della legge e delle norme solo per batter cassa. Non dopo la reintroduzione dell’Imu, non dopo il rincaro delle accise, non dopo gli adeguamenti tariffari, non dopo tutti gli altri balzelli che – inevitabilmente – Monti ci ha dovuto imporre per risanare i bilanci.

Non è più possibile che in un paese in cui tutti fanno quel cazzo che gli pare – dai tesorieri ai segretari di partito, dai parlamentari ai sindaci – la legge valga solo quando si devono tirar su quattrini per riempire i buchi di bilancio. E questo vale soprattutto a Roma, dove ci ritroviamo autisti di mezzi pubblici e spazzini benedetti da Alemanno. Tanto li paghiamo noi con le nostre tasse. E multe.

Non si può più. Non si può perchè questo è un insulto alla legalità e al rispetto della legalità che sono valori fondanti del cittadino onesto e rispettoso delle norme della convivenza. Che le rispetta non coattivamente perchè terrorizzato dal potere deterrente della sanzione, ma perchè crede nel principio di civiltà e nel beneficio collettivo che quest’ultimo garantisce. Non ci si può più stare. Voglio vedere quelle macchine della municipale a Via Vitellia tutti i santi giorni. A tutte le ore, devono venirgli i piedi piatti a forza di staccare tagliandi, dal lunedì alla domenica. Basta!


Il maxi-piano di Mediobanca per la riduzione del debito

Con ottomilacinquecento miliardi di patrimonio privato, centotrenta di riserve aurifere, 425 di beni immobiliari divisi tra Stato ed enti locali oltre a partecipazioni pubbliche nei maggiori gruppi, è difficile considerare l’Italia un paese a rischio insolvenza.

Rimane, però, un dato di fatto: a fronte di una ricchezza privata e pubblica con pochissimi rivali, il fardello del debito pubblico che pesa sulle spalle del Paese ne impedisce la crescita, soprattutto a danno di giovani e imprese, gravate da un carico fiscale senza eguali in Europa.

L’operato del Governo Monti, finora, ha posto rimedio ad alcuni squilibri macroscopici nei conti pubblici, allineandosi agli standard europei incarnati nel fiscal compact, ma le misure recessive adottate non possono, nel medio periodo, rilanciare l’economia.

E’ su questa certezza che fa leva uno studio di Mediobanca, il cui messaggio è cristallino: al netto delle – pur necessarie – riforme montiane, il governo deve metter mano allo stock del debito pubblico, riducendolo, per tagliare la spesa di rimborso.

Parallelamente alla revisione della spesa corrente a cui sta lavorando Piero Giarda, una dismissione di beni immobiliari, riserve aurifere, partecipazioni azionarie, costituirebbe una vera e propria boccata d’ossigeno: allontanerebbe – per almeno quattro anni -  lo spettro delle misure di austerità che i prossimi governi dovranno varare, nel rispetto dei nuovi vincoli di bilancio imposti dall’Europa: vent’anni di misure drastiche di riduzione della quota di debito pubblico eccedente il tetto del 60%.

Come fare? Il dibattito neoliberista rivendica a gran voce un massiccio passo indietro dello Stato dalla gestione dell’economia, svendendo a prezzi di mercato patrimonio immobiliare e quote azionarie pur di far cassa. L’analisi di Mediobanca, però, ricorda che non è sempre oro quel che luccica: una ciclopica operazione di vendita, attualmente, non si può varare con uno schiocco di dita, e la storia delle privatizzazioni lo conferma.

In tempi meno bui, infatti, le operazioni di cartolarizzazione immobiliare denominate “SCIP1″, “SCIP2″ e “FIP” hanno avuto esiti tutt’altro che convincenti. Una cartolarizzazione, in sintesi, è un’operazione finanziaria attraverso la quale un ente (pubblico, in questo caso), cede ad un altro ente o veicolo, creato ad hoc, alcune proprietà che intende dismettere. Il veicolo, a sua volta, utilizza tali beni per garantire nuove obbligazioni, utilizzando i fondi incassati per ripagare l’ente che ha ceduto le proprietà (comuni, regioni, fondi previdenziali, etc). La società di cartolarizzazione, successivamente, valorizza il patrimonio con azioni mirate, finalizzate a massimizzarne il valore di mercato, in attesa di vendere i beni per rimborsare le obbligazioni emesse, quando queste ultime giungeranno a scadenza. I vantaggi sono molteplici: il veicolo paga subito le amministrazioni in cambio del trasferimento, fornendo la liquidità necessaria in tempi brevi,  gli enti pubblici non devono intraprendere un lungo e tortuoso percorso di vendita che viene in tal modo affidato a società specializzate e a un management qualificato nella valorizzazione e vendita degli asset.

Agli inizi degli anni ’90, quando la spinta europea alle privatizzazioni generò un forte fermento anche in Italia, i veicoli SCIP 1 e 2 vennero creati proprio per ottemperare alle richieste dell’Unione. Mentre l’operazione SCIP 1 andò in porto senza particolari difficoltà, SCIP 2 si rivelò un fallimento completo: la vendita di una parte dei beni passati nel bilancio del veicolo non ebbe successo:  4,4 miliardi di obbligazioni in scadenza vennero ristrutturate. Nel 2009, invece, una quota di beni immobiliari ammontante a 1,7 miliardi rimase invenduta e lo Stato si trovò costretto a ricomprare le sue vecchie proprietà per evitare un default del veicolo, con conseguente perdita di capitale da parte delle famiglie che avevano acquistato le obbligazioni.

Le condizioni attuali del mercato, poco liquido (anche se le operazioni LTRO della BCE potrebbero ancora sortire effetti significativi), fanno sorgere più di un dubbio sulla rischiosità di un’eventuale cartolarizzazione.

Mediobanca, a questo punto, propone una via alternativa: l’utilizzo della Cassa Depositi e Prestiti. Quest’ultima potrebbe essere potenziata con un modesto effetto leva. Lo Stato trasferirebbe nel suo bilancio quote di patrimonio immobiliare, azionario, riserve aurifere. Le proprietà immobiliari costituiscono, in Italia, la quota più significativa della ricchezza pubblica: ben 425 miliardi di euro, il 25% del totale. Ma solo 42 miliardi sono immediatamente disponibili per la vendita. Il resto è suddiviso in più di novemila enti locali e fondi previdenziali. Sul totale, infine, solamente il 17% è proprietà diretta dello Stato.

Secondo Mediobanca il Ministero dell’Economia potrebbe individuare novanta miliardi di beni immobiliari: 30 dalle autorità locali, 10 da riduzione degli spazi e maggiori efficienze, 50 dalla vendita di altre proprietà, come peraltro già previsto dalla Legge di Stabilità approvata lo scorso Novembre.

Attraverso un’operazione di trasferimento di partecipazioni azionarie (50 miliardi), riserve aurifere (50 miliardi) presso la Cassa Depositi e Prestiti, sarebbe possibile permettere una riduzione diretta del rapporto debito-pil di circa 6 punti percentuali e, per mezzo di un modesto effetto leva, generare liquidità da offrire a basso costo alle famiglie, per finanziare l’acquisto di  immobili dallo Stato per altri 6 punti di riduzione del debito, per uno sgravio totale che ammonterebbe al 12%. Non poco, di questi tempi.

L’operazione suggerita dai tecnici di Mediobanca non è certo semplice, ma presenta il vantaggio di poter utilizzare un ente solido come la CDP per emettere obbligazioni che – in virtù del regolamento ESA/95 – non verrebbero contabilizzate nel debito pubblico, come accade già nel caso della KFW tedesca e della CDC francese.

In sostanza, si propone di ridurre l’esposizione pubblica aumentando di 100 miliardi l’indebitamento delle famiglie, che in Italia è – notoriamente – a livelli più che sostenibili.

Un’altra soluzione è piuttosto simile a quella già proposta da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio nell’articolo “EuroUnionBond per la nuova Europa” pubblicato dal Sole 24 Ore lo scorso 23 Agosto. Ogni paese dell’Unione trasferirebbe presso un ente comunitario (potrebbe essere lo stesso EFSF) quote azionarie delle maggiori partecipazioni statali, con le quali l’ente garantirebbe obbligazioni coperte – pro quota – dalle partecipazioni dei singoli stati offerte come collaterale.

Non mancano, nel rapporto di Mediobanca, gli ammonimenti: la riduzione del debito può essere ottenuta solo qualora, rispettando le norme comunitarie, la CDP o il veicolo ad-hoc paghi almeno l’85% del valore di mercato delle proprietà trasferite (condizione non rispettata nell’operazione SCIP1). Inoltre, lo Stato non dovrebbe offrire alcuna garanzia implicita: nel caso del fallimento SCIP2, invece, fu proprio quest’ultimo a riacquistare gli immobili invenduti per impedire il crack.

Sarebbe, infine, fattore determinante la capacità del sistema di remare nella stessa direzione: Governo, Parlamento, fondazioni bancarie (che rappresentano il 30% del capitale azionario della CDP e dovrebbero quindi avallare le cartolarizzazioni), Banca d’Italia, banche private, industria immobiliare, compagnie assicurative, avrebbero ciascuna un potere di veto potenzialmente esiziale nella riuscita di un’operazione molto complessa.

“Questo, a nostro avviso – concludono i tecnici dell’ufficio londinese di Mediobanca – è il punto più controverso in un paese che, difficilmente, riesce ad avere una visione unitaria su ogni argomento. Potrebbe questa essere la volta buona?”.


Il governo dei tecnici e il governo dei mercanti

Ridurre il deficit di bilancio, riportare in linea i conti previdenziali, spostare l’imposizione fiscale dai redditi ai patrimoni, semplificare gli oneri amministrativi e burocratici per le imprese, aprire alla concorrenza settori dell’economia ancora chiusi nei fortini delle corporazioni. Questi, finora, sono stati i compiti del governo Monti.

Non sempre il risultato è stato in linea con le aspettative ma, quantomeno, la strada imboccata si è rivelata quella giusta. La recrudescenza degli interessi di parte è stata abbastanza tenace e ben coordinata da lacerare la competenza dei tecnici con le unghiate dei mestieranti della politica e dei lobbisti.

Di equità se n’è vista, ma al ribasso: non nella distribuzione di “caramelle” ma nella spartizione dei sacrifici.

In un paese in cui si tende a pensare che l’equità si possa fare per decreto, di strada da fare ve n’è molta per far capire ai cittadini che le politiche dell’ex commissario europeo non hanno la pretesa di delineare i contorni dell’ equità quanto le necessarie precondizioni per raggiungerla. Per molti, dopo decenni di facili promesse, questo rappresenta un amaro risveglio. Per molti altri una speranza.

Siamo poi arrivati al momento cruciale, al punto caratterizzante dell’intera vicenda: le “trattative” sul lavoro. Ci siamo arrivati attraverso un cammino irto di ostacoli, interni ed esterni:  spread altalenanti, vincoli internazionali, tranelli della vecchia politica sempre in agguato. Nel pellegrinaggio americano il premier Monti ha raccolto il plauso dei santoni della finanza.

Gli stregoni di Wall Street hanno rispedito “l’uomo che può salvare l’Europa” in terra natia con un carico di approvazione e attestati di fiducia, in attesa che venga apposta la chiave di volta della nuova struttura-paese: la riforma del mercato del lavoro.

La modifica dell’articolo 18, per come è stata impostata nella bozza del Governo, e l’ostinazione a non rivederne la formulazione, consentono di ridefinire il comportamento dell’esecutivo con attributi che hanno ben poco del rigore tecnico e della linearità finora dimostrati. Una via alternativa dunque si può e si deve tentare, anche in virtù del fatto che non mancano indicazioni di esperienze straniere in tal senso.

Il nuovo articolo 18 sarebbe, prima che un’incognita  per il futuro di molti lavoratori, anche una sconfitta a quella chiarezza dei fini cui un gabinetto, specialmente se “tecnico” deve tendere. Fa sorridere, in tal senso, l’assoluto approccio meramente dottrinario che tanti ultraliberisti oggi adottano, nei confronti di una formulazione dell’articolo che genera molte più incertezze di quante non ne risolva. Al di là dei numerosi pregi della riforma, non si può non vedere un vulnus logico del nuovo assetto: i licenziamenti per motivo economico-organizzativo saranno esecutivi anche qualora il giudice non rilevi l’esistenza di tale motivo. Si procederà dunque alla corresponsione di un indennizzo, salvo i casi in cui il lavoratore non possa dimostrare che il licenziamento è stato adottato per motivi discriminatori o disciplinari.  In Germania, invece, il giudice può ordinare il reintegro, qualora rilevi che il licenziamento non è stato adottato per ragioni oggettive di riorganizzazione dell’azienda. Rimane quindi un buco nella struttura logica del testo: se un licenziamento non occorre per motivo economico, ma nemmeno per motivo discriminatorio o disciplinare, di quale tipo di licenziamento si tratta?

Promulgare una legge siffatta non è solo un affronto ai lavoratori: è una sconfitta per per il rigore intellettuale di cui questo governo si fregia. La verità è che non esiste, attualmente, alcuno studio che dimostri incontestabilmente il presunto effetto negativo dell’articolo 18 sulla crescita economica del paese.  Se qualche risultato è stato ottenuto nella dottrina economica, è rimasto relegato all’elaborazione di teorie non verificate.

Risulta, quindi, quantomeno paradossale che il governo e una certa opinione liberista vogliano oggi adottare un modello di articolo 18 che – questo è certo – configura l’esistenza di una categoria di licenziamenti non definibile ma pur sempre valida (il lavoratore, infatti, perde il posto e percepisce un indennizzo in assenza di giustificato motivo) un autentico mostro senza testa la cui applicazione comporterebbe conseguenze difficilmente quantificabili e prevedibili.

Lo ha affermato indirettamente lo stesso ministro Fornero, auspicando che le imprese non strumentalizzino il nuovo articolo 18, snaturando così l’impianto della riforma. Di cos’altro c’è bisogno per convincere tutte le parti politiche e sociali della fallacità di questa formulazione?

La condotta del Governo fino a questo punto è stata – salvo qualche sbavatura, pur irrilevante nel complesso – più che soddisfacente. Il modo di lavorare di Monti è risultato chiaro e trasparente alla stragrande maggioranza degli italiani, che hanno infatti accettato una serie di incisive e dolorose riforme che rimetteranno in corsa il paese. Riforme che rispondono a scopi precisi, quantificabili, denominabili, riscontrabili in un contesto sovranazionale e che acquisiscono forza, autorità, legittimità alla luce delle debolezze nazionali.

Si rimprovera al sistema economico del paese di non essere sufficientemente moderno e si intravede nell’articolo 18 un grimaldello per riportare il vento del cambiamento nel nostro paese. E’ risibile che sia proprio il mondo del capitalismo imprenditoriale italiano a blindare l’attuale formulazione del testo, in una corsa al rinnovamento di cui raramente, in passato, si è dimostrato attore.

Si pretende oggi di dimostrare che un’azienda è scoraggiata dall’espandersi perchè superare il limite dei 15 dipendenti comporta costi teorici della forza lavoro non quantificabili in caso di licenziamento. Si pretende di ridurre al minimo il rischio di incappare in tali costi, che hanno finora colpito una parte irrisoria delle nostre aziende, generando una distorsione legislativa di cui si può fare a meno semplicemente emulando modelli stranieri di comprovata efficienza.

Da New  York a Pechino, si ha la netta impressione che Mario Monti abbia adottato una politica di marketing che non verte soltanto sui pregi delle riforme adottate, ma anche su quante pene il paese sarà disposto a infliggersi per dimostrare al mondo che vuole cambiare.

Le parti sociali direttamente interessate (PD e sindacati, CGIL in primis) stanno facendo una battaglia giusta e doverosa, non perchè adottare l’articolo 18 proposto dal governo comporti un danno certo ai lavoratori (è difficile dimostrarlo come è difficile dimostrare il contrario), ma perchè è compito del Parlamento e delle parti sociali esigere dall’esecutivo lo stesso rigore intellettuale riposto nelle riforme precedenti, vero valore aggiunto di questa esperienza di fine legislatura.

Continuare sulla strada della sordità alle rivendicazioni dei lavoratori non è un segno di maturità. Rifiutare l’adozione del modello tedesco o di una normativa simile delineerebbe un autentico voto di scambio, in cui l’esecutivo adotta una norma che va ben più a destra del modello tedesco per compiacere l’indefinito e schizofrenico mondo dei mercati finanziari. Il governo, invece, in questa delicata fase ha il compito di essere un pò più lungimirante. Se la tecnica è anche arte, è dovere di un governo tecnico risultare al contempo, presso l’opinione pubblica, artefice e artista di equilibrio, non solo di bilancio ma anche di armonia sociale, almeno finchè ciò risulti possibile.

Dopo aver pubblicizzato abilmente il titolo italiano a New York, il premier è in queste ore diretto verso la Cina. E’ qui che tenterà la stoccata decisiva, ma è anche qui che il governo dei tecnici cambierà colore: nella terra del capitalismo di stato, il leader del rigore tecnico rischia di assumere le sembianze di un mercante disposto a tutto pur di vendere la sua merce.


a proposito di statali…

Come rilevano l’editoriale di Guido Gentili sul Sole24Ore di ieri e questo articolo, l’articolo 18 nella sua veste attuale è già valido per i lavoratori del settore pubblico. Anche la giurisprudenza (Cassazione, sentenza di  febbraio 2007, n. 2233) conferma tale validità.
Se il nuovo testo dovesse essere approvato nella forma proposta dal ministro Fornero, la giurisprudenza e la legge 183/2011 (Brunetta) sanciscono il diritto da parte delle amministrazioni pubbliche di licenziare, anche individualmente forza lavoro in esubero nella p.a.

Solo una deroga esplicita inserita in sede parlamentare potrebbe dunque tutelare i lavoratori del pubblico dall’applicazione dell’articolo 18. Dubito fortemente che il Governo caschi in questo tranello.

Ora, quanto il settore pubblico italiano sia farraginoso, improduttivo, inefficiente è cosa nota. Lo sono anche le cause storiche, risalenti quantomeno al ventennio fascista, alla continuità nel dopoguerra, alla metastatizzazione burocratica e occupazione democristiana dello stato.

Abbiamo oggi uno dei settori meno efficienti e più pesanti del continente: già nel 2000 gli indici di prestazione ed efficienza del settore pubblico (PAP e PAE) ci classificavano terzultimi: solo Grecia e Portogallo al di sotto di noi. Le cose non sono migliorate negli ultimi dieci anni.

In questi giorni, poi, la domanda di equità proveniente dal basso chiede che gli statali siano soggetti agli stessi rischi dei lavoratori nel settore privato. E’ difficile non concordare con queste rivendicazioni, ma viene da chiedersi come mai, in virtù dei vincoli di bilancio posti dall’Unione Europea e dell’ingigantimento del debito pubblico, non si sia già registrata una corsa all’ottimizzazione delle risorse nel pubblico impiego con licenziamenti di massa, cancellazioni di settori improduttivi, accorpamenti, e chi più ne ha più ne metta. Sono cose di cui, in realtà, si sente parlare, ma la velocità con cui le decisioni forti vengono ratificate è molto ridotta, e le ragioni di ciò sono ovvie.

Dal momento che in futuro – in virtù degli impegni comunitari incarnati nel fiscal compact – bisognerà cambiare strategia, viene da chiedersi in che modo lo Stato possa ottimizzare e rendere efficiente la propria spesa. Ma soprattutto, è lo stesso stato che ha messo in piedi l’elefante zoppo a poterlo trasformare in gazzella? Ne avrà le capacità, la spinta politica, il consenso dalla base? Ne dubito fortemente.

Se guardiamo ai nostri cugini greci, la situazione non è così diversa. Non a caso una delle condizioni della troika alla concessione dell’ultimo pacchetto di salvataggio è proprio il licenziamento di centocinquantamila dipendenti pubblici (un quinto del totale), oltre a un nutrito programma di privatizzazioni.

Ci sono molti modi per ridurre l’impatto sociale di un piano corposo di riduzione dell’organico pubblico. Dilazionato negli anni, usando la leva dei pensionamenti e affiancandolo a un piano selettivo e attento di privatizzazioni, si può ridurre il peso dello stato nell’economia, riducendo la pressione fiscale sull’impresa rilanciandone la competitività.

Non vedo molte alternative, dal momento che il livello salariale in Italia è già basso e non è percorribile l’ipotesi di una svalutazione interna per riguadagnare quote di mercato. O possiamo illuderci che possa essere il macchinone inerte e politicamente guidato dell’ amministrazione pubblica a riformare se stesso all’insegna dell’efficienza e della competitività?

Il governo è già all’opera. La speranza è che Piero Giarda riesca a dare una chiave di volta all’architettura generale della vera rivoluzione liberale che serve allo stivale. Vi sono già, parallelamente, studi privati che suggerisono diverse strategie: dismissioni immobiliari, trasferimenti di asset, creazione di veicoli ad-hoc per il buyback dei bond in circolazione.

Ridurre lo stock del debito pubblico dovrebbe essere una via percorsa parallelamente alla riduzione della spesa corrente, ma il sentiero è politicamente stretto e scosceso. Portata a termine la riforma del lavoro, un mix sostanzioso di privatizzazioni, accorpamenti, soppressioni, costituirebbe un segnale di cambiamento radicale per mercati e investitori, in un paese in cui non può bastare la riforma del mercato del lavoro a compensare una pressione fiscale che porta l’impresa all’asfissia e, sempre più spesso, alla morte.


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